GUIDO GUGLIELMINETTI: UNA VITA A “ESSERE … BASSO”

Uno dei bassisti più  importanti in Italia ha scritto un piccolo racconto della sua vita professionale: dall’esordio agli incontri, i grandi dischi e le collaborazioni, da Umberto Tozzi a Francesco De Gregori, dagli anni ’70 ad oggi

di Paolo Tocco – 21 maggio 2018

Credo che la nostra più grande conquista non sia scoprire di aver ragione, ma capire di avere torto
Non penso serva faticare troppo per comprendere la ricchezza di questa frase di Guido Guglielminetti. Ritrovo il “capobanda” a portata di telefono e mail, pronto a partire anche con il nuovo tour estivo di Francesco De Gregori. Ma non è questo l’argomento. L’occasione invece è ghiotta per parlare di un libro, il suo libro: si intitola Essere… bassoPiccole storie di musicaedito da Largolibro. In queste 140 pagine, sono come panni stesi al sole di primavera i racconti della sua vita professionale, leggeri e spesso divertenti, una carriera all’insegna di quella grande musica che ha reso celebre la nostra tradizione e che ancora oggi contamina la produzione di tantissime nuove voci.

 

La copertina del libro

 

Essere “basso” per Guido Guglielminetti non è affatto soltanto una questione di come suonare uno strumento, il basso per l’appunto, non è questione soltanto di tecniche e di accordature. Essere “basso” significa per lui vivere da artista, essere protagonisti di ogni singola nota, di ogni cucitura, di quell’antico mestiere artigiano che sa di concedere anche al silenzio lo spazio e il rispetto dovuto per fare la differenza. Significa anche mettere in valigia tutti i chilometri di strada rubati al caso, significa esserci e non solamente passarci. Un libro che mi lascia scoprire quante cose di lui avevo perduto e probabilmente neanche avevo mai saputo.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E quindi non solo De Gregori, probabilmente il ruolo principale di questo presente, ma tra dischi e live possiamo liberamente citare nomi come Tozzi, Oxa, Fossati, Camerini, Mia Martini, Dalla, Mina, Bertè, Luigi Grechi, Pappalardo, Battisti e tanto altro ancora, mille altri fuori pista che farli stare tutti dentro ad un libro diventerebbe assai impegnativo. Che poi lui non è uno scrittore, non si atteggia ad essere tale e non è questo lo scopo di una simile lettura. Per fortuna, dico io, tra la plastica musicale che ormai sta seminando adepti in ogni angolo delle nuove generazioni, esistono testimonianze preziose come questa, esiste ancora il modo di ascoltare la voce di chi forse non ti dirà mai di essere stato un “pittore” ma che probabilmente può ben alzare la voce dalla cattedra dei maestri. Guido Guglielminetti non fa neanche questo anche se potrebbe permetterselo senza troppo ingigantire la storia. Ed è vero che tra le righe di questo libro dovremmo, anzi dobbiamo, prendere e portare a casa lezioni di vita utili a lavarci di dosso questa gratuita facilità con cui ci crediamo artisti arrivati. Tanto di cappello maestro Guido, che poi tu e la tua banda di cappelli ne usate parecchi. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Incontro: ecco la prima parola che mi arriva forte al cuore dopo aver letto questo lungo racconto di vita. Ti lancio un “La” per un’analisi. La tua vita professionale, in questo “breve riassunto”, è costellata di incontri. Come dici tu: non è solo duro mestiere, non è solo fortuna. Io aggiungo che si tratta anche di incontro. Oggi invece i computer ci restituiscono tanta solitudine… anzi forse puntano proprio a quello…
“Non sono del tutto d’accordo riguardo ai computer, dipende sempre dall’uso che se ne fa. Certo è che la cosa veramente preoccupante dei social network in questo caso, è che ognuno si senta legittimato a pontificare, che pensi di avere gli strumenti per farlo e che altri li seguano, creando così un circolo vizioso di ignoranza dal quale difficilmente usciremo. Riguardo gli “incontri”, se usati bene, gli strumenti di comunicazione, aiutano, perché ti permettono di entrare in contatto con persone lontane nel tempo e magari di “incontrarle” fisicamente”.

 

Maestri. Questa è la seconda grande parola che mi hai regalato. In questo libro ci viene forte l’insegnamento di quanto sia stato importante per te avere e incontrare riferimenti professionali da cui rubare e imparare i segreti del mestiere. Tu, anzi direi ovviamente voi tutti di quella generazione, avevate la fortuna di inseguire i maestri. Veniamo ad oggi. Parliamo delle nuove generazioni, quelle dei computer, della trap di Sfera Ebbasta o di Fedez e tanto altro… che maestri possono incontrare? Ce ne stanno secondo te?
“I miei “maestri” sono state le persone, ognuna a modo proprio, che ho incontrato per strada. Non mi sono mai approcciato ad una persona facendo dei distinguo, perché appunto ho sempre pensato che da tutti c’è qualcosa da imparare. Un esempio lampante che cito nel libro è proprio Oscar Prudente. Se avessi voluto prendere lezioni di basso, probabilmente non avrei scelto Oscar, perché non è un insegnante di basso, anzi neanche lo suona, ma è stato proprio lui a fornirmi la chiave di lettura che mi ha accompagnato per tutta la mia vita professionale, cosa che forse un insegnante di basso vero e proprio, non avrebbe saputo fare. Sicuramente non in quel modo. Gli artisti che tu citi, se solo sapessero guardarsi intorno, e non è detto che non lo facciano, avrebbero da imparare da chiunque. Chi vuole crescere, in ogni attività, deve rimanere sempre acceso e non avere preconcetti, ma soprattutto avere grande grandissima umiltà, cosa quest’ultima, che mi pare manchi oggi, in parte anche perché, come dicevo prima, tutti pensano di poter intervenire su tutto, di poter dire tutto, di sapere tutto”.

   

Che poi levami una curiosità davvero istintiva e forse anche sciocca: è un’impressione sbagliata o è vero che con queste iperconnessioni sociali talmente immediate e onnipotenti, si sia tolta alla crescita e alla formazione il dono dell’attesa e della lotta al raggiungimento anche di un semplice numero di telefono? Insomma, quanto era importante per voi non poter contattare qualcuno?
“Sinceramente non credo siano cambiate molto le cose, perché chi era irraggiungibile ieri lo è comunque anche oggi, sembra che sia tutto a portata di mano, ma non è proprio così. Non ci dimentichiamo, tornando ai social, che tu credi, ti illudi di comunicare con qualcuno, ma non è detto che l’interlocutore sia chi credi tu. Pensiamo davvero che un artista famoso passi il suo tempo a rispondere a migliaia di messaggi al giorno su FB, fra i quali il tuo? Quando noi mandavamo le nostre cassette alle case discografiche, queste finivano, assieme ad altre centinaia, sulla scrivania di qualcuno che non le ascoltava. Quindi “contattare qualcuno” nel senso utile del termine, rimane un’impresa ancora oggi”.

Senti Guido, tra i mille racconti ce ne sta uno davvero esilarante che non hai riportato (certo è impossibile parlare di tutto, me ne rendo conto) ma se vuoi e se fosse possibile mi piacerebbe lo facessi ora. Non ricordo l’anno. Parliamo di un Wind Music Awards (credo). Francesco De Gregori rigorosamente dal vivo ma con la base musicale registrata e quindi la band in playback come di routine per molte trasmissioni come questa. E voi? Voi quindi vi siete scambiati i ruoli e gli strumenti e per chi vi conosce come me non immagini che risate… sbaglio o tu eri alla batteria???
“Mi pare io fingessi di suonare la chitarra, alla batteria c’era Alessandro Arianti, poi non mi ricordo gli altri ruoli, perché furono improvvisati. Fingere di suonare, anche se quello che fingi è ciò che hai suonato tu, è una delle cose più imbarazzanti che ci siano. La gente non è al corrente di tutte le difficoltà tecniche che suonare “live” comporta, quindi i più pensano che sei tu che non ne sei capace. Quindi quello fu un modo per sdrammatizzare e per rendere palese la finzione. Purtroppo comunque ci fu anche chi poi disse: “allora non è che suoni solo il basso!”.

 

Questo racconto l’ho voluto sottolineare per lasciarti evidenziare un aspetto assai interessante: quanto è importante per te e per tutta la band, quel piglio ironico, quel divertirsi prima di tutto? La musica è anche questo non è vero? Che poi pensando ad un artista come De Gregori non lo diremmo mai e invece…
“Io sono diventato un musicista perché spinto da una forte passione, non ho mai pensato alla musica come ad un lavoro. Ancora oggi, quando salgo sul palco, quelle due ore, sono la mia ricreazione. Nel corso  di questi anni ho sempre cercato di circondarmi di persone che avessero questo mio stesso entusiasmo e, grazie a Francesco, ci sono riuscito. I nostri tour sono più paragonabili ad una gita scolastica che ad una tournèe di professionisti. Naturalmente questo non deve mai andare a discapito della serietà professionale, anche perché, in quanto “gioco”, deve essere trattato con grande serietà! Voglio aggiungere ancora per tutti quelli che: “… E ma come sei serio! – oppure – ma Francesco non sorride mai?” che divertirsi non significa fare i buffoni e che “ridere” non è necessariamente divertirsi”.

 

E se Scacchi e Tarocchi in qualche modo segna l’inizio dell’ultima parte di questo libro, direi che la vera ricchezza è aver ritrovato e riscoperto segni altrettanto importanti come Ventilazione di Ivano Fossati. Sono dischi che hanno segnato un vero passaggio culturale in quel certo modo di fare e di pensare alla musica leggera. Eppure li stiamo perdendo di vista, anzi i più non sanno neanche di cosa parliamo. Quanto è grave per la nostra cultura tutto questo?
“Molti ragazzi stanno scoprendo ora queste cose, questi dischi importanti che appartengono ad un periodo in cui era possibile lavorare in quel modo, perché i budget lo permettevano, in quanto i dischi si vendevano ancora. Io preferisco essere contento del fatto che molti giovani conoscono ed apprezzano questa musica, piuttosto che rattristarmi perché molti altri non lo fanno. In fondo quello che succede oggi non è molto diverso da quello che succedeva quando ero giovane io. Ciò che ascoltavo io, per quelli che allora avevano l’età che ho io adesso, era musica di merda. Non mi pare che le cose siano cambiate molto oggi. Io ho i miei gusti, ma mi guardo bene dal giudicare, anzi tornando all’inizio della nostra intervista, ascolto con attenzione e curiosità, perché c’è sempre da imparare da chiunque”.

C’è un tema assai interessante che vorrei affrontare con il Guido Guglielminetti autore/produttore più che “semplice” musicista. Spieghi bene come secondo te il testo di una canzone non è fatto solo di parole ma anche e soprattutto di musica. Dunque un testo disegnato e composto pensando tanto alla metrica, al suono delle parole stesse e al sono della voce che le dovrà cantare, suono che deve ovviamente incontrare e accordarsi a quello che ha la canzone in quel preciso momento… eccetera… Insomma, un cocktail artigianale assai pregiato e delicatissimo. Mi pare di capire allora, correggimi se sbaglio, che un testo di una canzone non ha senso di essere e di esistere se privato di tutto il corredo musicale di cui sopra. Sbaglio? Se così fosse, ti chiedo (porta pazienza per la domanda iper inflazionata ormai): cosa ne pensi di dare il Premio Nobel alla Letteratura ad un cantautore com’è accaduto a Dylan? Un premio che non solo riconosce il testo di una canzone come entità letteraria in se ma la pone sullo stesso piano di testi generati e pensati solo per essere tali e non – appunto – canzoni…
“Visto che non esiste un Nobel ai testi di canzoni, va bene che a Bob Dylan venga assegnato questo riconoscimento, fermo restando però che, per me, un testo è tale solo se c’è una musica. Devo dire comunque che, nel caso di Dylan, lui spesso ha piegato la musica al servizio del testo, quindi il suo caso potrebbe essere un’eccezione. Però per favore non chiamate “poesia” il testo di una canzone! Io lo so che chi lo dice intende fare un complimento, ma sarebbe come elogiare una buona carbonara dicendo: che bontà! sembra un minestrone!“.


Anna Oxa, Discoring 1978, Un’emozione da poco  (Ivano Fossati/Guido Guglielminetti)

Questo libro, a dispetto dal titolo, non ci restituisce affatto piccole storie ma anzi sono numerose le lezioni di vita che dovremmo custodire con gelosia. Tra queste cito l’esortazione nel provare sempre tutte le soluzioni musicali possibili durante la creazione di un brano. Ma io direi, restando con intelligenza nel romantico di questo concetto, che questa bellissima lezione si può estendere alla vita di tutti noi, ogni giorno… non credi?
“Sì certo. Ciò che inoltre voglio dire è che non bisogna aver paura di scoprire cose nuove, anche se queste potrebbero contraddire il nostro pensiero, ma soprattutto bisogna lavorare molto, bisogna essere curiosi e sempre pronti a mettersi in discussione. Non ci dimentichiamo che nessuno ha la verità in tasca e neanche la “conoscenza”. Infatti io credo che la nostra più grande conquista non sia scoprire di aver ragione, ma capire di avere torto. È così che si impara”.

 

Ma sarà capitato anche a te di dire qualche no importante nella vita o sbaglio? C’è ne sta uno che ha segnato tanto la tua carriera? Uno di quelli che dici se tornassi indietro…
“No, per mia fortuna non ho rimpianti importanti, se tornassi indietro farei le stesse cose, perché le esperienze negative mi hanno insegnato molto”.

E tra le mille cose che non conoscevo di te (e non smetterò mai di chiederti scusa per questo), è proprio la pittura. Vorrei farti quindi una domanda assai marzulliana. Non so se ha troppo senso ma mi “suona bene” e questo conta: hai trasportato o tradotto qualcosa dal mondo della pittura a quello della musica?
“Grazie! È una bella domanda. Quando facevo il Liceo Artistico, poi interrotto a malincuore, mi sono trovato ad un bivio: da una parte la musica e dall’altra il lavoro di grafico pubblicitario, che mi sarebbe piaciuto diventare. Sono due grandi passioni che hanno molte cose in comune: la cura del particolare, il senso della proporzione e della prospettiva sono alcune di queste. Ad un certo punto però, dedicandomi alla musica ho trascurato il disegno, ma ancora oggi impugnare una matita e sentirne l’odore mi da le stesse emozioni che provo quando indosso il basso, e fa molto meno rumore!”.

Per chiudere: ti prego dimmi che l’intervista finale è uno scherzo. Ti prego…
“L’intervista è un gioco. Se ci fai caso non si capisce se sono le risposte ad essere cretine o se lo sono le domande. Di solito è buona la seconda. 
Il Lumaco invece è assolutamente vero!”.

http://xl.repubblica.it/articoli/guido-guglielminetti-una-vita-a-essere-basso/75714/?refresh_ce

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