Umberto Tozzi: “Da giovane stavo sotto i portici, oggi salgo sul palco del Regio”

Sold out il concerto di stasera: “Solidale con i lavoratori Embraco”

Dopo il successo del «Quarant’anni che Ti Amo» tour, Tozzi fa tappa stasera al Teatro Regio

Pubblicato il 26/02/2018
Ultima modifica il 26/02/2018 alle ore 12:14
PAOLO FERRARI

Ottanta milioni di dischi venduti, tournée mondiali da tutto esaurito, canzoni come «Ti amo», «Gloria», «Si può dare di più». Umberto Tozzi potrebbe tornare a Torino con la freddezza del professionista affermato. Invece all’idea di cantare per la prima volta al Teatro Regio, stasera (tutto esaurito) si emoziona come quando debuttava nei piccoli locali della città.

Il Regio venne inaugurato il 10 aprile 1973 dal Presidente Leone: lei aveva 21 anni, ricorda?

«Ricordo la piazza precedente, quando il teatro era ancora un cantiere. L’inaugurazione fu un evento, e da lì in poi quei portici divennero un ritrovo quotidiano per noi giovani. Quando col mio manager abbiamo pianificato questo tour nei teatri ho subito espresso il desiderio di suonare lì dentro».

Quali erano i vostri locali negli Anni Settanta?

«Lo Swing Club di via Botero era il ritrovo di noi musicisti e aspiranti tali. C’era un’aria cosmopolita, anche perché spesso suonavano jazzisti americani. Alla fine si commentava il concerto durante la spaghettata delle due del mattino. Nel mio quartiere, Borgo San Paolo, c’era invece Cenisia con il Voom Voom, lì passavano le star a fare il classico concertino di tre quarti d’ora con le canzoni famose».

Cadevano anche le barriere sociali?

«Già nel 1965 il mio primo gruppetto schierava alla batteria il figlio di un medico, a noi sembrava di un altro pianeta, invece tutto era naturale, c’era un senso di aggregazione orizzontale, senza barriere».

Ha seguito Sanremo con i suoi amici Ruggeri e Morandi e la direzione di Baglioni?

«Avevo due date a Zurigo e una a Ginevra, ho visto solo la finale. Mi ha fatto molto piacere la scelta di affidare la direzione a Claudio, è stato un modo per rimettere le canzoni al centro dell’attenzione. È importante che la parte artistica sia nelle mani di una persona che vive nella musica».

Con che show affronta il prestigio del Regio?

«Il concerto è rodato, siamo una band, non un cantante circondato da musicisti, in questo avere iniziato come chitarrista da ragazzo mi aiuta. Ci sono anche due canzoni nuove, inedite che facciamo solo dal vivo».

Vivere di diritti d’autore come ai vostri tempi oggi sarebbe un’utopia?

«Per forza, i proventi dei dischi e dei diritti ora sono prossimi allo zero, in pratica regaliamo canzoni per farci pubblicità in vista delle tournée. Ma incidere è sempre emozionante».

Che effetto fa sentire i propri brani nelle colonne sonore di film come «Flashdance» o ancora nel 2013 «The Wolf Of Wall Street» di Scorsese?

«È una sensazione bellissima, Scorsese poi ha scelto la versione originale cantata da me. La mia voce mentre sullo schermo c’è Di Caprio… grandioso».

È al corrente del dramma del lavoratori Embraco?

«Sì, seguo la vicenda e rifletto. Mio padre era immigrato a Torino dal Gargano e manteneva tre figli con lo stipendio da guardiano notturno. Tornava a casa mezzo congelato, qualche volta gli rubavano pure la bicicletta, si mangiava carne una volta alla settimana. Ma il lavoro c’era, si avvertiva un’idea di futuro. Chi ha vent’anni ora come può sognare di andare a vivere col partner mantenendosi con il lavoro? Sono nato il 4 marzo, il giorno in cui si voterà, ma non vedo alcuna possibilità che dalle urne possa uscire qualcuno capace di contribuire a invertire la tendenza. Sono scettico, sì».

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