Umberto Tozzi compie 70 anni:

«Con mia moglie ci siamo sposati quattro volte. Scrivo una canzone in meno di tre ore»

Umberto Tozzi compie 70 anni: «Con mia moglie ci siamo sposati quattro volte. Scrivo una canzone in meno di tre ore»

di Candida Morvillo

03 mar 2022

Il cantante è arrivato al traguardo fatidico e si racconta tra carriera e vita personale

Umberto Tozzi, il 4 marzo è il suo compleanno: che effetto fanno 70 anni e più di 80 milioni di dischi venduti?

«Invecchiare non mi ha mai fatto piacere, ma sono contento della carriera che ho avuto e il vantaggio di essere musicista è che il palco ti fa dimenticare l’anagrafe. Sto finendo il tour con Raf con dispiacere, perché mi sono divertito tanto».

Il primo grande successo è «Ti Amo». Era il 1977 e poi l’ha cantata Berlino nella «Casa di Carta 4», la serie tv più vista al mondo. Mentre «Gloria» l’ha voluta Martin Scorsese in «The wolf of Wall Street». Perché certi suoi brani funzionano nel tempo e anche all’estero?

«Forse perché ascoltavo i Beatles e la musica anglosassone e ho assorbito quella metrica. Per me, vale più il suono che la parola, ci sono frasi che stanno lì perché boh, ma suonano. Fui il primo a farlo e Lucio Battisti disse che, dopo di lui, l’unica cosa nuova era la mia musica». 

Tozzi bambino sognava di diventare cantante?

«No, calciatore. Sono nato a Torino, mamma casalinga, papà guardia notturna per ventidue anni per mantenere tre figli e dopo aver vissuto due guerre. Stavamo in cinque in una camera e cucina, io vivevo per strada. Poi, imbracciai per caso una chitarra e cominciai a uscire non per giocare a pallone ma per suonare sulle panchine. Dopo, ho fatto per anni il chitarrista freelance, mangiando panini, ospitato a Milano a turno da amici musicisti. Ero timido e mi vergognavo della mia voce. Quando scrissi delle canzoni con Giancarlo Bigazzi e Alfredo Cerruti mi chiese di cantarle, non volevo saperne».

Cantare quando cominciò piacerle?

«Ho iniziato a capire che la mia voce dava emozioni solo una ventina d’anni fa e, da allora, me la sono goduta». 

Eppure, spopolava.

«Soprattutto all’estero. Ho fatto tournée ovunque nel mondo, eccetto in Oriente: sono stato in aereo più io che un pilota di Alitalia. E ho vissuto l’emozione di vedere grandi artisti cantare i miei brani, come Laura Branigan con la cover di Gloria. E cantare Ti amo con Anastasia mi ha fatto quasi piangere». 

Solo «quasi»?

«Pensi che quando nell’82 vinsi il Golden Globe, manco volevo andare a ritirarlo. Mi commuovono di più altre cose: l’amore, il mio cane…».

Del Sanremo vinto nell’87 con Gianni Morandi, Enrico Ruggeri e «Si può dare di più» che ricorda?

«Che fu splendido perché c’era un rapporto strettissimo: eravamo insieme nella Nazionale cantanti. Mogol e poi Morandi facevano giocare solo quelli che vendevano di più anche se a pallone erano schiappe, ma io sono stato capocannoniere per 12 anni».

Neanche allora i critici le diedero tregua: amavano di più i cantautori impegnati.

«Non sopportavano che vendessi milioni di copie. Ci provavo a spiegare che non erano solo canzonette per un’estate al mare, poi, la verità l’ha dimostrata il tempo».

Come festeggia i 70 anni?

«Con un concerto in Belgio ad aprile e altri all’estero, con un tour quest’inverno nei teatri delle grandi città, fra cui, Torino, Milano e Roma. E Sugar ha rilevato il mio repertorio e porterà cose belle sul mercato che non posso dire».

Come nasce una canzone?

«Tutto il talento sta nel buttare giù tre accordi forti. Dopo, è matematica, la conseguenza logica di tre che accordi devono quadrare. In matematica sono scarso, ma sulla musica ho un istinto naturale, scrivo una canzone in massimo tre ore. Poi, dopo, la miglioro, ma non sono uno che passa mesi in studio. Sono anche pigro. Anni fa, dovevo scrivere con Mogol. Mi disse: però io non lavoro più di due ore al giorno. E io: io pure meno!».

Se lavora così poco, cosa fa tutto il giorno?

«Prima, giocavo a calcio, poi a tennis, poi ho avuto problemi al ginocchio e ora nuoto. Faccio la spesa, cucino, mi piace, ho tre nipoti. Nel mio studio, vado solo se ho un’idea, magari non ci entro per un mese».

Quali sono i suoi brani che ama di più?

«Quelli del Grido, un grande insuccesso del ’96. Dentro ci sono testi che mi rappresentano moltissimo. E anche tanto attuali: le “facce di angeli luridi” sono i politici che si nascondono dietro la faccia d’angelo. E c’è E ti voglio, dedicata a mia moglie Monica. Dice: forse un paradiso e io voglio viverlo con te».

L’ha conosciuta nell’86, l’ha sposata tre volte, in Municipio nel ’95, in chiesa l’anno dopo, e poi a Mauritius.

«Se n’è aggiunta una quarta, a Montecarlo, dove abbiamo sempre vissuto coi nostri due figli. E vorrei risposarla una quinta volta, ma per convincerla devo trovare una location che la possa stimolare».

Anni fa, raccontò che crede nella reincarnazione, che è stato un antico romano sbranato dai leoni e poi un nazista e che questa vita dovrebbe durare fino a 72 anni.

«Ci sono vicino, mamma mia… Non me lo ricordavo. Ho conosciuto tante persone di tutti i tipi e spesso medium o affini, che non vado a cercarmi io, ma che ascolto: penso sempre che potrebbero avere un dono che noi non capiamo. Io ho il dono di comporre musica con facilità, come se mi arrivasse e dovessi solo trascriverla. Le confesserò una cosa: a 16 anni, vidi all’osteria Gustavo Rol, il famoso sensitivo che faceva apparire cose e persone dal nulla; mi guardò per cinque secondi e i suoi occhi mi abbagliarono al punto che ho sempre pensato che quell’incontro possa aver influito sulla mia creatività. Anni dopo, ho conosciuto sua nipote e, non so perché, mi ha regalato il portapennelli che lui usava per dipingere quadri senza toccare i pennelli».

3 marzo 2022, 07:22 – Aggiornata il 3 marzo 2022, 09:30

https://www.corriere.it/spettacoli/22_marzo_03/umberto-tozzi-compie-70-anni-con-mia-moglie-ci-siamo-sposati-quattro-volte-scrivo-canzone-meno-tre-ore-cd7d58d4-9a59-11ec-a66e-5cad27f47546.shtml

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