Dal corriere.it

«Ieri l’amore, oggi Van Gogh»
di Stefano Landi

Correva l’anno 1977 e chiunque in Italia cantava «Ti amo» di Umberto Tozzi. Era un inno del cuore nazionale. Ora che sono passati 40 anni tondi, il cantante, che domani sarà ospite de «Il Bello dell’Italia» nella sua Torino, non ha smesso di canticchiarla mentre ne ricorda la storia. Tozzi è a Montecarlo, dove vive da 20 anni. È in una pausa del nuovo tour per i teatri con cui celebra l’anniversario del suo «lentone» più universale.

Partiamo dalla fine. Che emozioni le stanno dando i nuovi concerti nei teatri?
«Vivo una riscoperta che mi rende felice. A questi spettacoli ricevo un’accoglienza quasi inaspettata. E riscattato qualcosa. Non ho mai smesso di esibirmi dal vivo in questi anni, ma vedo un pubblico nuovo. Quasi tre generazioni: le prime due mi hanno conosciuto davvero, la terza, quella dei figli, viene quasi trascinata di forza».
Anche i bambini intonano «Ti amo»?
«Sere fa, in un ristorante una bambina di 4 anni è venuta a cantarmi la canzone».
Nel remake appena uscito duetta con Anastacia…
«Mio figlio Gianluca che lavora per me da tempo voleva festeggiassi i 40 anni del brano, magari con tour. Mi sembrava un’idea forzata. Poi una sera a cena a casa mentre facevamo una sorta di casting mentale è venuta l’idea di coinvolgere Anastacia. La sua voce ha aggiunto molto al sentimento della canzone. Mi mette la pelle d’oca ogni volta che sento la versione con lei».
Ha mai pensato che significati avrebbe potuto avere «Ti amo» se l’avesse scritta oggi?
«Le canzoni forti superano le stagioni. Me ne sono reso conto oggi ascoltando alla radio Mare mare di Carboni. Ti amo resta la mia canzone più originale: oggi potrebbe stare tranquillamente in classifica tra i Coldplay e i Maroon 5».
Invidia qualcosa ai giovani cantautori di oggi?
«Niente, perché non mi emozionano. Parlo da musicista e non da pubblico: vedo poca personalità».
«Ti amo» contro «Gloria». In cosa una delle due canzoni supera l’altra?
«Gloria ha avuto la fortuna di attraversare l’oceano: la sua forza era quel riff alla Satisfaction dei Rolling Stones».
Come è cambiato da cantautore?
«Cerco sempre di risultare originale a me stesso, di differenziare l’approccio ai brani. Questo almeno è il tentativo, ci provo».
Qual è la cosa che ha fatto nella sua carriera che la rende più orgoglioso?
«Aver viaggiato tanto, essere arrivato praticamente ovunque. Ho suonato in teatri magici dove i camerini hanno un profumo. Il momento più intimo era il sound-check, l’ultima prova prima di salire sul palco. Il momento in cui vedi il prima e ti immagini il dopo».
E c’è invece una cosa che le manca e che ha tenuto nascosta in fondo al suo cassetto per i prossimi anni?
«Progetti musicali ormai ho smesso di farne: lascio che le cose accadono e seguo gli stimoli che mi dà mio figlio. Mi piacerebbe fare qualcosa di diverso: vorrei fare una mostra prima o poi. Da quattro anni dipingo. Non sono Van Gogh ma i miei quadri a mia moglie piacciono, dice che ho la mano. E questo per ora mi basta».
Dipinge spesso?
«Non tanto, solo quando ne ho voglia. Perché per me è come quando mi siedo al pianoforte o prendo in mano la chitarra: posso esprimere qualcosa a colori».
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