da Famiglia Cristiana on line n. 16 del 19.04.2009

 
MUSICA
UMBERTO TOZZI: DOPPIO CD E UN LIBRO

ANNI DI "GLORIA"

Dopo cinque anni di assenza torna alla grande, raccontando la sua vita, la sua famiglia, i suoi errori. «Come quando dissi di no a Bocelli e a Giorgia».

«Mi ritengo fortunato non solo per la mia "gloriosa" carriera, ma soprattutto perché sono nato in un’epoca che ha veramente lasciato un segno indelebile nell’arte. Esisteva allora una vera ragione per cui la stampa esaltava gli artisti, non certo per gli addominali ben scolpiti, o per aver partecipato a un reality».

Parla chiaro Umberto Tozzi, come ha sempre fatto nella vita e nel lavoro, che gli hanno dato incredibili soddisfazioni, successi planetari ma anche momenti di buio totale. Ora riemerge da una lunga assenza di cinque anni, da quando pressato dal duo Bonolis-Mazzi, accettò di partecipare al Festival con la canzone Le parole: eliminato subito.

Lui vive a Montecarlo con la famiglia dal 1992 e quindi io lo vidi solo un attimo dopo la immeritata "bocciatura" mentre stava salendo sulla sua auto per tornare a casa con una cicatrice in più. Da allora sembrava aver dimenticato l’Italia: tournée in mezzo mondo, dall’Australia (da dove è appena tornato) all’Europa tutta. Poi ora un impetuoso ritorno, con un disco doppio (un Cd di inediti e uno con la riproposta live dei suoi successi) e un libro autobiografico.


Umberto Tozzi (nato a Torino il 4 marzo 1952) in concerto.

Come mai questo lungo silenzio?
«Ho riflettuto molto sul destino della musica in Italia, e mi sono reso conto che per fare il mio mestiere bisogna mettersi in proprio, star lontano dalle multinazionali».

E allora?
«Allora ho messo su un’impresa a conduzione familiare che si chiama Mommy, dal nomignolo che io, Gianluca mio figlio, e Natasha mia figlia abbiamo affibbiato a Monica, mia moglie, una persona unica, tanto che Gianluca s’è fatto tatuare sull’avambraccio sinistro e per di più in verticale un’enorme "Mommy". Lei è il nostro punto di riferimento, sempre. Ci siamo sposati tre volte: la prima in forma civile il 21 gennaio 1995, la seconda esattamente un anno dopo in chiesa, la terza nella nostra isola del cuore, Mauritius, in una graziosissima chiesetta, c’eravamo solo noi due e i ragazzi. La sposerei mille volte e in tutti i riti del mondo!».

Gli aggressivi capelli rossi un po’ ingentiliti dalla neve che cade inesorabilmente con l’età – Umberto Antonio Tozzi è nato a Torino, ma l’origine è pugliese, il 4 marzo 1952 –, sembra diverso dal bellicoso, ma un po’ orso, personaggio che ha conquistato l’America, ha venduto 70 milioni di dischi e resterà immortale soprattutto per Gloria, che Laura Branigan ha cantato nella colonna sonora di Flash dance, uno dei film musicali più famosi nella storia del cinema.

In quell’occasione ti proposero di trasferirti in America: ci racconti come andò veramente?
«La proposta mi "costringeva" a restare lontano da casa per almeno sei mesi, Gloria era al primo posto nelle classifiche di tutto il mondo e io, pur sapendo che sarei entrato in un giro dove i guadagni erano molto ma molto superiori a quelli italiani, rifiutai. Ma non mi sono mai pentito».

Hai avuto qualche altro momento come quello, nella tua carriera?
«Sì, un paio e non sono riuscito a capire che erano occasioni da non perdere: il primo quando mi proposero di occuparmi di Andrea Bocelli, il secondo quando il papà di Giorgia, Giulio Todrani, un vecchio amico, mi fece ascoltare l’incisione che sua figlia aveva fatto di una canzone di Whitney Houston e io, proprio perché era un amico, gli dissi che non me la sentivo. Pensai che sarebbe stato difficile convincere la gente ad acquistare un "surrogato". Naturalmente commisi due clamorosi errori di valutazione, ma una vita senza sbagli che vita è? Quindi nessun rimpianto…».

Umberto Tozzi con la sua famiglia; da sinistra, il figlio Gianluca,
la moglie Monica e la figlia Natasha.Il tuo nuovo doppio album si intitola Non solo live, il libro Non solo io: cos’hanno in comune?
«Nel libro ci sono la mia vita, la mia famiglia, la mia carriera, gli errori, le delusioni, i tradimenti di compagni di viaggio che sembravano amici veri. In uno dei due Cd c’è il riassunto della mia carriera, con la rivisitazione di pezzi famosi eseguiti in uno storico concerto alla Royal Albert Hall, che entusiasmò Londra vent’anni fa con Ti amo, Io camminerò, Donna amante mia, Si può dare di più, che vinse a Sanremo quando la cantai con Gianni Morandi ed Enrico Ruggeri. E poi quel pezzo che vinse Canzonissima nel 1973, ma gli italiani lo seppero solo il giorno dopo: la canzone si intitolava Un corpo e un’anima, la cantavano Wess e Dori Ghezzi, ma quella puntata finale non andò mai in onda perché scattò, all’improvviso, lo sciopero dei cameramen della Rai. Nell’altro ci sono pezzi nuovi, e due cover, le prime della mia vita, Petite Marie (Stella d’amore) nata per un’iniziativa benefica per il centro oncologico di Nizza, che si poteva scaricare con un euro e fu un grande successo, e Lullaby goodnight my angel di Billy Joel».

Sei appena tornato dall’Australia. Ma mi pare di ricordare: non eri tu quello che aveva paura di volare?
«M’è venuta girando il mondo, da quando una volta ho volato con un pilota colpito da infarto, poi dallo scoppio di un motore in volo, dall’esplosione di un pneumatico durante il decollo di un jumbo e, per finire, da un fulmine che ha bloccato i comandi. Sì, un po’ di paura m’è venuta. Però volo lo stesso».

Gigi Vesigna
   
   
UNA CANZONE PER GIANLUCAC’è una canzone nuova, Muchacha che Umberto dedica a suo figlio Gianluca: «Un giorno viene da me», racconta, «e mi dice che si è innamorato di una ragazza di Mentone e che avevano deciso di vivere insieme: per fortuna mia moglie non c’era perché non l’avrebbe mai permesso. Allora gli dissi: "Dai, ti aiuto a fare la valigia e ti accompagno da lei, anche perché, a meno che mi sia sfuggito non hai ancora un’automobile". Detto fatto: lo condussi sino sotto casa del grande amore e lo salutai con un "ci vediamo". Tornò dopo una settimana. Da allora è sempre puntuale alle cene che, come si usava un tempo, la nostra famiglia celebra come un rito quotidiano. Approfitto per una precisazione: non sono venuto a vivere a Montecarlo per non pagare le tasse, quelle che gli spettano le pago regolarmente al fisco italiano. Ma chissà perché continuo a esser sotto tiro come un evasore!».

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