Raf Tozzi: un doppio racconto della musica italiana. La recensione

Un doppio album per raccontare gli ultimi 40 anni della musica italiana, da “Ti amo” a “Infinito”, con una nuova versione di “Gente di mare”

 

Quando parte la riproduzione di Raf Tozzi ci si ritrova subito piccoli o giovanissimi, sui sedili posteriori di un’auto a guardare il paesaggio mentre il sound digitale di quella musicassetta fa da colonna sonora al viaggio. Estate, inverno, non importa: sono canzoni che tutti abbiamo vissuto, non solo ascoltato, ora per induzione dai gusti preferiti dei vecchi di casa, ora perché le stazioni radio le passavano più volte al giorno.

Raf Tozzi è un racconto della musica italiana in doppio volume. Ci spiega che Raf, al secolo Raffaele Riefoli, e Umberto Tozzi, sono ancora un segno indelebile rimasto nelle fondamenta della memoria e lì destinato a restare. Non proprio un’innovazione né una svolta alle correnti musicali che hanno colpito l’Italia dalla fine dei ’70 ai primi ’90. L’arrivo del punk, della dark wave, della techno, del trip-hop e del grunge sono stati sdoganati dai Decibel di Enrico Ruggeri, da Garbo, dai ragazzacci di Giovanni Lindo Ferretti e da tanti altri. Raf e Umberto Tozzi non ne hanno avuto bisogno, hanno scelto di riprendere l’eredità del pop italiano che li ha preceduti e di riproporlo, fino a diventare loro stessi quel pop divenuto essenziale per gettare le basi del classico.

Raf Tozzi è una raccolta che ripercorre in ordine cronologico le più importanti tappe dei due artisti, tutte rimasterizzate, con un finale che vede una nuova edizione di Gente di mare, hit del 1987 che registrarono insieme. Il brano si classificò al terzo posto dell’Eurofestival. Le tracce sono disposte in ordine alternato: una traccia è un brano di Raf, quella successiva è di Umberto Tozzi, fino a chiudere con il duetto finale.

Per l’opening è stata scelta Self control, il grande successo di Raf del 1984 arrangiato da Celso Valli, divenuto famoso in tutto il mondo. Nello stesso periodo venne pubblicata una cover cantata dalla statunitense Laura Branigan. Riascoltarlo significa ritrovarsi a intonare quell’oh oh oh senza rendersene conto, e questo dimostra che il

brano funziona ancora.

Romantica, appassionata e dolce, la seconda traccia è Donna amante mia di Tozzi (1976), la ballad italiana per eccellenza che vanta la collaborazione di Vince Tempera – autore, fra l’altro di tantissime colonne sonore per il cinema italiano – alle tastiere.

Un passo avanti, ancora, nel 1988 con Inevitabile follia di Raf, brano che aprì la sua carriera con i testi in lingua italiana e con il quale partecipò a Sanremo. L’amore e una sana ossessione sono al centro delle liriche, scritte insieme a Giancarlo Bigazzi, il suo talent scout.

Io camminerò significa anche Fausto Leali. Tozzi scrisse il brano per il cantante di Nuvolento, che lo inserì come prima traccia dell’album omonimo. Lo riprese, poi, per inserirlo nel disco Donna amante mia. In apertura la voce di Umberto Tozzi è accompagnata da una timida sessione d’archi, con il cantato amplificato in delay. Tozzi è riflessivo, sentimentale e poetico: «Io camminerò, tu mi seguirai. Angeli braccati, noi. Ci sarà un cielo ed io lavorerò, tu mi aspetterai e una sera impazzirò, quando mi dirai che un figlio avrai, avrò».

Raf, invece, è amante e promotore del pop e del movimento. Raf Tozzi, infatti, continua con Ti pretendo (1989), dal sapore vagamente black e che conquistò il primo posto al Festivalbar. Il testo è una schietta manifestazione del desiderio di un amante di incontrare la propria donna (dimmi che lui non c’è), prima con un’insistenza che non conosce repliche (io non ti voglio, ti pretendo) e poi con la confessione di trovare in lei la ragione di tutto (lo sai, io non ho che te). Il groove del brano e la metrica del testo costruiscono un ritmo trascinante, che disegna minuziosamente lo stato d’animo del protagonista del pezzo, così ansioso e impaziente di raggiungere la sua amata.

L’inno dell’amore di quegli anni, l’assoluto manifesto per gli innamorati, è ciò che Ti amo di Umberto Tozzi rappresenta dal 1977. I 6/8, l’intensità del brano che cresce di un’ottava nel cantato, quel «tremo davanti al tuo seno» e l’arrangiamento che esplora il pop degli anni ’60 con un semplice giro armonico di Do hanno dimostrato che

l’essenziale può vestirsi di complesso, quando si parla dell’amore. Il testo è una deliberata dichiarazione d’amore che tutti hanno gridato a squarciagola, e alcuni ancora lo fanno. Si chiudono gli occhi e quegli archi, quel piano e quei cori materializzano la semplicità di uno sguardo complice, con le parole affidate al cantautore torinese.

Il viaggio nel tempo attraverso il cofanetto Raf Tozzi continua con Cosa resterà degli anni ’80 del cantautore pugliese, che nel 1989 saluta un decennio volto al termine facendo quasi un riepilogo del suo vissuto e del tessuto sociale nel quale si ritrova (Anni ballando, ballando Reagan-Gorbačëv, danza la fame nel mondo un tragico rondò). A metà tra ballad e pop, l’arrangiamento lascia ampio spazio al cantato per far sì che chi ascolta non rimanga troppo distratto dal groove e dai suoni, ma si concentri su ciò che Raf ha da dire: «Anni veri di pubblicità, ma che cosa resterà? Anni allegri e depressi di follia e lucidità, sembran già degli Anni Ottanta, per noi quasi ottanta anni fa».

Di Umberto Tozzi ritroviamo le sue canzoni più ballate: Tu (1978) e Gloria (1979) rispettivamente alle tracce 8 e 10. Sì, Gloria, il brano che tutti cantano e ballano ancora, o che tutti citano quando incontrano una ragazza che sia omonima alla canzone. Tu è l’esempio della formula più indicata per rendere una canzone eterna: quel «Dan, davadan, davadan» è ancora oggi citato, parodizzato e imitato. Gloria è rock e synth, tutta da saltare in ogni occasione, con quel riff di tastiera e quella spinta di batteria che la rendono un pezzo potente e un esempio di spensieratezza.

Raf Tozzi segue anche le svolte artistiche dei due autori, come accade per Interminatamente e Oggi un Dio non ho di Raf. Ancora una volta Raf attinge dalla musica black e intensifica l’impegno nei testi. È il 1991 e ciò che è rimasto degli anni ’80 è la voglia di mettersi in discussione, e lo fa con una canzone per un amore che punta all’eternità – la prima – e con una profonda riflessione sulla spiritualità – la seconda, più volte fraintesa dalla critica come manifesto dell’ateismo. Due ballad collegate, in un certo senso. Non solo perché appartenenti all’album “Sogni… e tutto quello che c’è”, ma perché entrambe le canzoni suggellano una nuova maturità per il cantautore pugliese: le liriche sono più ricercate, gli arrangiamenti raggiungono nuove sfumature e nuove atmosfere, e le aperture sonore alle tendenze degli anni ’90 si fanno sentire nell’ampio uso del side delle percussioni e nei ritmi più lenti, meno cadenzati dei brani pop degli anni ’80.

Distensioni che trovano invece nuova spinta ne Il battito animale, dall’album “Cannibali” (1993) e che porta al successo un Raf che si affaccia al rap già dall’apertura del brano: «Credo abbiam perso la testa, o soltanto perso di vista le cose più vere», con la voce effettata e un groove che non offre la possibilità di non battere il piede o non scuotere la testa. Il battito animale sono gli anni ’90 di Raf e di tutto il suo pubblico.

Nel frattempo, Umberto Tozzi aveva premuto il distorsore e aveva portato alla radio due brani decisamente rock e intensi: Stella stai (1980) e Notte rosa (1981). Raf Tozzi ci fa riscoprire questi 4/4 decisi e ritmati, quasi quanto quella Gloria che entrò persino a far parte della colonna sonora di “Flashdance”. Stella stai, in chiave maggiore è seguita da Notte rosa, quasi la sorella cattiva suonata in minore. La batteria spinge e le chitarre ruggiscono, con un riff che in Stella Stai è un salto di ottava che ricorda i Prozac+ di Collae i Sex Pistols di Pretty vacant.

Per Raf e Tozzi il 1987 era l’anno in cui le loro carriere si incrociarono. Si può dare di più, eseguita da Enrico Ruggeri, Umberto Tozzi e Gianni Morandi per il Festival di Sanremo, era stata scritta da Tozzi, Raf e il maestro Bigazzi. Vinse Sanremo e divenne l’inno ufficiale della Nazionale Cantanti, ma per Tozzi e Raf non era finita. Il 1987 era anche l’anno di Gente di mare, brano pop blues, quasi un gospel, con il quale Raf sperimenterà il cantato in italiano. Ascoltarla significa immaginare tanti accendini che ondeggiano tra il pubblico, al ritmo dei 6/8 che scandiscono l’intero brano. «Siamo tutti gente di mare – diranno i due autori in un’intervista – perché l’italiano vuole sempre sapere, sempre conoscere cose nuove». Ecco, la gente di mare «che se ne va dove gli pare, dove non sa», per non essere più prigioniera delle «grandi città».

Un sensuale spazio all’elettronica è quello che Raf ha riservato per Due, ancora dall’album “Cannibali” (1993) e che anticipa le sonorità che ritroveremo in Infinito (2001). L’amore diventa una dedica sincopata nella metrica, quasi un rap che oggi verrebbe ritenuto un vero classico delle prime sperimentazioni italiane. Il piano elettrico, il basso in chorus e la percussione digitale offrono più vigore e giustizia alla voce di un Raf ispirato e profondo. Lo stesso che ritroviamo in Sei la più bella del mondo (1995), quasi scanzonato ma mai banale nemmeno quando dice «Questa canzone è per te, amore senza confine, perché una fine non c’è», perché è Raf a dirlo.

Umberto Tozzi, lo ribadiamo, è più poeta e riflessivo, come dimostra in Se non avessi teImmensamente e Gli altri siamo noi. Il suo saper spaziare dalla canzone d’amore che lo ha reso famoso al sociale che lo ha reso profondo è da riconoscersi: le prime due sono le ballad che hanno colorato maggiormente gli anni ’90 della musica leggera mentre la terza, Gli altri siamo noi, è il suo manifesto contro il razzismo e la divergenza sociale che sfocia nella rabbia repressa de Il grido, un brano rock e straziante, realizzato con un coro di voci bianche e ancora più ruvido nella scelta dello stile per comunicare al mondo tutto il male della società contemporanea.

Rock, ancora per Vita, storie e pensieri di un alieno di Raf, una nuova frontiera per la carriere dell’autore pugliese. Chitarre distorte convolate a nozze con falsetti e rumori, un occhiolino rivolto al rock alternativo italiano che in quel 1998 offriva i prodotti migliori, dagli Afterhours ai Marlene Kuntz io. L’alieno è l’emarginato, il fobico sociale o il depresso, che Raf rassicura dicendo di non essere solo.

Del resto, nessuno di noi è mai stato solo se almeno una volta ha ascoltato un brano di Raf e Tozzi, perché entrambi gli autori hanno la capacità di coniugarsi con il quotidiano e non lasciare la presa. Vederli insieme può diventare commovente, e già qualche sorriso nostalgico era spuntato quando i due avevano lanciato l’inedito Come una danzanon incluso nella raccolta Raf Tozzi – uscita il 30 novembre – ma che anticipava la nascita di un progetto insieme.

Un desiderio nato dall’Arena di Verona: il 14 ottobre Umberto Tozzi celebrava i 40 anni di Ti amo e aveva invitato anche Raf a esibirsi sul palco. I due, quella sera, hanno riscoperto la loro intesa. Raf aveva un brano incompleto, Come una danza, e aveva chiesto a Tozzi di aiutarlo a completarlo. Poi la raccolta, la loro antologia.

Insieme hanno inciso la nuova versione di Gente di mare che chiude Raf Tozzi. Il brano viene riproposto con un arrangiamento più digitale e un coro più elaborato. La resa è quella di un sound più sognante e più blues, che valorizza decisamente la natura stessa del brano: una canzone sulla collettività e sull’unione, ma anche sulla speranza.

Raf Tozzi non è un progetto che volge al termine: i due padrini della musica italiana partiranno per un tour a partire dal 30 aprile, e nessuno può fermarli.

http://www.optimaitalia.com/blog/2018/12/05/raf-tozzi-un-doppio-racconto-della-musica-italiana-la-recensione/1300838

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