Si può dare di più da Emozioni andato in onda su Rai2

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Grazie a Marinella Ladisa per la registrazione

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Una Bella, Bella serata

Scritto da Marco Fioravanti il 27 febbraio 2015.
Argomenti: Analisi e Reportage, Hot News, Musica

In occasione del compleanno di un grande autore come Gianni Bella, domenica 8 Marzo al Teatro Dal Verme di Milano, ci sarà una magnifica occasione per festeggiarlo attraverso la voce di tanti amici con una serata chiamata “Una serata Bella”.

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Padrona di casa sarà la sorella Marcella, che ha cantato durante la sua lunga carriera moltissime canzoni composte dal fratello Gianni. Il giorno esatto del compleanno è il 14 Marzo, ma per festeggiare un grande autore ogni occasione è buona.

Durante la sua lunga carriera di autore e cantante, ha firmato degli evergreen, che sono stati baciati dal successo non solo in Italia ma anche all’estero. I titoli sono moltissimi, a partire da “Montagne Verdi”, a “Non si può morire dentro”, a “Io domani”, “Questo amore non si tocca”, “Nell’aria”, “L’ultima poesia”, “Senza un briciolo di testa”, e tutte le canzoni cantate con enorme successo da Adriano Celentano negli ultimi dischi, tra cui la famosissima “L’emozione non ha voce”. Altri interpreti dei suoi brani sono state Loredana Bertè, Ornella Vanoni, Gianni Morandi.

Nella serata dell’8 Marzo, oltre a Marcella, sul palco del Teatro Dal Verme si alterneranno Loredana Bertè, Mario Biondi, Umberto Tozzi, Mario Lavezzi, Deborah Iurato e Annalisa. Una serata di buona musica, assolutamente da non perdere. Tra gli ospiti anche Mogol e Teo Teocoli.

by italiapost.info

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A matita libera: le hit degli anni ’80 disegnate da un cinquenne

Le mamme di oggi sono tutte suppergiù figlie della decade del cubo di Rubik, quegli anni ’80 a me, a noi, tanto cari e ciclicamente rievocati; anni in cui persero la bussola, le suddette, una-dopo-l’altra-effetto-domino, per Mirko dei Beehive e André Grandier di Lady Oscar, sbatterono smancerose le ciglia per Mike Seaver di Genitori in Blue Jeans e quel Toshio che fu il cruccio “caschettato” di Creamy, favoleggiarono sui tricipiti di Christopher Reeve o il ciuffo militarmente disciplinato di Tom Cruise; discendenti, a loro volta, delle goupie di Umberto Tozzi e delle corifere di Scialpi, delle adulatrici di Bono Vox e mogli immaginarie di Simon Le Bon, sono portatrici sane di un “gene” paninaro trasmissibile di madre in figlio – il cromosoma ’80 -, particella che familiarizza la prole a tutto ciò che comincia per Spandau e finisce per Ballet.

Lo testimonia il caso di una neomamma americana, Lori Ferraro da Portland, nostalgica del decennio di Fame e Thriller, che, armatasi di foglio e di figlio, ha sciorinato al cinquenne Sam tutto il meglio ed il peggio del suo vecchio mangianastri, riscaldando i testi (per non dire resti) di Bon Jovi e un brodo di ballad col dado dei Duran.

E lasciando al piccolo l’iniziativa di disegnare la colonna sonora della sua – di lei – adolescenza.

Il risultato è un’interpretazione immaginosa, a tratti comica, delle hit più famose dell’ultimo trentennio pop, poi racchiusa in un blog, Drawn to the 80s, in cui è visibile la collezione completa.

clicca per leggere l’articolo su blogretro.vanityfair.it

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Emozioni, lo Speciale Hit Parade anni 80 | Mercoledì 25 febbraio alle 23.50 su Rai2

Dopo la prima puntata di The Voice 3 ritorna Emozioni con lo Speciale Hit Parade anni 80, consigliato agli amanti del genere La prima puntata del 2015 del programma Emozioni debutta mercoledì 25 febbraio alle 23.50 su Rai2, subito dopo il debutto di The Voice 3. Il conduttore di entrambi i programmi è Federico Russo che, smessi i panni dello scaldatalent alle selezioni del format, racconterà dal suo negozio vintage di vinili i mitici Anni ’80 e le classifiche degli album più venduti proprio di quel decennio. Negli anni ’80, tra look sgargianti e sonorità innovative, la musica e la cultura popolare sono state protagoniste di grandi cambiamenti e spesso si sono trovate a camminare “fianco a fianco”: moda e spettacolo infatti non sono mai stati così intrecciati. Proprio in quegli anni che hanno fatto tendenza, sono esplose alcune hit musicali che ancora oggi fanno ballare le nuove generazioni. Come sempre, Emozioni sviluppa il racconto a partire dalle testimonianze di grandi personaggi protagonisti di quegli anni, tra i quali Ivana Spagna, Claudio Cecchetto, Umberto Tozzi, Enrico Ruggeri e i Matia Bazar. Stando al profilo Facebook della trasmissione, vedremo ripercorsa la storia di grandi hits come On my Own di Nikka Costa, il Gioca Jouer di Claudio Cecchetto, Boys Boys Boys di Sabrina Salerno, Easy Lady di Spagna, Sarà perché di amo dei Ricchi e poveri, Luna di Gianni Togni, Vita spericolata di Vasco Rossi, Vacanze romane dei Matia Bazar, Si può dare di più del trio Morandi, Tozzi e Ruggeri. E poi, a testimonianza delle sperimentazioni musicali di quegli anni, verranno rispolverati i successi di Alberto Camerini e gli esordi di Raf. by soundsblog.it

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Umberto Tozzi al Palm Beach Resort & spa in Maldives

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I cinquant’anni di Pieraccioni

Si può dare di più.
Video registrato durante il 50° compleanno di Leonardo Pieraccioni a FIrenze. In una atmosfera divertente e divertita viene improvvisata ” Si può dare di più ” dove Leonardo Pieraccioni interpreta ( fantasticamente ) umberto tozzi , Marco Masini fa la parte di Enrico Ruggeri e Giorgio Panariello la parte di Gianni Morandi….. presenta…come al solito Mr Carlo Conti.

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Una serata Bella “Buon compleanno Gianni”

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teatro del verme

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MOSTRE: ALEKSANDER VELIŠČEK. GULLIVERS

MOSTRE

Aleksander Velišček. Gullivers, A+A Centro Espositivo Sloveno – A plus A, Venezia

Dal 21 Febbraio 2015 al 26 Febbraio 2015
VENEZIA
LUOGO: A+A Centro Espositivo Sloveno – A plus A
CURATORI: Aurora Fonda
TELEFONO PER INFORMAZIONI: +39 041 2770466
E-MAIL INFO: info@aplusa.it
SITO UFFICIALE: http://www.aplusa.it

COMUNICATO STAMPA: L’esposizione presenta una selezione dei lavori più recenti del giovane artista sloveno, ovvero sette quadri che raffigurano, in maniera non convenzionale, diverse personalità tra cui intellettuali, scrittori, giornalisti e politici come per esempio la giornalista Anna Stepanovna Politkovskaja, Edward Snowden e Bradley Manning.
Dai marcati tratti di ognuno di questi volti emergono violentemente i segni di una lotta politica, la difesa di una causa, di un’intera vita dedicata a inseguire un ideale.
Come il Gulliver di Swift, la figura umana, dipinta dall’artista sloveno, appare intrappolata, non da corde, ma da strutture organiche e da giunture metalliche simili a supporti ortopedici.
Il titolo polisemico della personale di Velišček non rievoca soltanto il noto protagonista del romanzo di Jonathan Swift, la parola gulliver viene infatti utilizzata con il significato di “testa” anche dai personaggi del romanzo A Clockwork Orange, dello scrittore Anthony Burgess.


Gulliver è un lemma della terminologia “Nasdat” inventata dallo scrittore per il romanzo del 1962, e poi riproposto nel celebre adattamento cinematografico di Stanley Kubrik.
Il linguaggio “Nasdat” deriva dalla fusione di termini della lingua inglese e russa, i due idiomi che rappresentano le principali forze politiche di quell’epoca: così, la violenza gratuita che pervade il romanzo e il film è contestualizzata da un lessico capace di rilevarne le cause politiche-sociali, proprio come succede nella ricerca e nella pittura di Velišček.

Aleksander Velišček, nato a Šempeter pri Gorici nel 1982 è attivo tra Venezia e Gorizia. L’artista appartiene alla generazione che ha vissuto in prima persona le trasformazioni sociologiche, economiche e ideologiche della Jugoslavia e di una giovane Slovenia. Al centro della sua arte si colloca la figura umana, il ritratto e la fisicità del corpo, il suo gesto e le sue proporzioni, una ricerca che si manifesta sin dai tempi dell’Accademia di belle Arti di Venezia e dell’atelier alla fondazione Bevilacqua la Masa.
È un pittore dalle tematiche forti, con modalità che ricordano un espressionismo materico che carica di reale fisicità i visi e i corpi dei suoi personaggi. Attraverso un processo di stratificazione del colore, la superficie pittorica si trasforma in scultura, tra lo sfondo nero e il vetro della spessa cornice. Tra i gullivers ritratti dall’artista anche Joseph Beuys e Papa Giovanni Paolo II, i filosofi Noam Chomsky e Dario Fusaro.
Nel novembre del 2014 l’artista ha partecipato alla mostra Shit and Die curata da Maurizio Cattelan, Myriam Ben Salah e Marta Papini, presso Palazzo Cavour a Torino, in cui è invitato – insieme a Thomas Braida, Valerio Nicolai ed Emiliano Troco – a ritrarre ironicamente alcune celebrità cittadine come Umberto Tozzi e Marco Travaglio.
Principali esposizioni:
2014 – Shit and Die, Palazzo Cavour, Torino. 2011 – Collettiva giovani artisti, Fondazione Bevilacqua la Masa, Galleria di San Piazza San Marco, Venezia. 2010 – A+A International, Centro espositivo sloveno AplusA, Venezia.

by arte.it

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Sanremo 2015, Antonio Conte: «Il segreto del successo? Mia moglie e mia figlia» Il ct della Nazionale ospite della quarta serata del Festival. «Contale a Conti», lo invita il conduttore. E lui, allora, le conta

 3 giorni fa | di Lavinia Farnese

Sanremo 2015, Antonio Conte: «Il segreto del successo? Mia moglie e mia figlia»
conte

A Vanity Fair prima di partire aveva detto che lui è uno che «non molla mai». E al Festival di Sanremo non si smentisce, scegliendo come «canzone del cuore» Si può dare di più di Gianni Morandi, Umberto Tozzi ed Enrico Ruggeri. «Quando si raggiunge la vetta di può ancora salire. Possiamo sempre migliorarci e regalare qualcosa di inaspettato e spero possa accadere questo per la mia Nazionale, che non lascerò».

Ma è alla moglie seduta nelle prime file della platea dell’Ariston, Elisabetta Muscarello, che dedica Se stiamo insieme di Riccardo Cocciante, secondo pezzo della sua playlist. E dice: «Io nel mio lavoro ci metto voglia e entusiasmo e cerco di non trascurare la moglie e la bimba, Vittoria. Mi sopportano ma è anche questo il segreto del mio successo».

by vanityfair.it

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Sanremo: aspettando una canzone che non arriva e una memoria che non ritorna…

by artslife.comFestival-di-Sanremo-2015-Carlo-Conti[1]

Non ho mai capito perché guardiamo Sanremo. Ci restiamo attaccati persino quando appare il diversamente comico Alessandro Siani, l’imitatore fasullo di Massimo Troisi, «la quintessenza della banalità», come l’ha definito sul Fatto il più gentile dei suoi critici, Andrea Scanzi, una sorta di guitto triste adattissimo solo per i duetti con Elisabetta Canalis, che non staresti ad ascoltare neanche senza un cacchio da fare al bar. Non abbiamo cambiato canale neppure allora. Abbiamo aspettato una canzone che non arrivava, una battuta che non esisteva, una memoria che non ritornava. Siamo rimasti tutti lì. Ed è strano come nella sua finzione orrorifica Sanremo appartenga interamente alla nostra identità e non solo al nostro immaginario. Lo dicono i numeri. Nella prima serata lo share medio ha raggiunto il 49,34 per cento di televisioni accese su Raiuno, cioé praticamente una su due, 11 milioni e 767mila spettatori, con un’età media pure bassa per il pubblico di pensionati che è solito frequentare la rete Ammiraglia, 53 anni appena. Leggera flessione nella seconda serata, 41,67 di share e 10 milioni e 91mila spettatori, ma addirittura 8 punti e due milioni in più dell’anno scorso. Il segreto del successo? Non esiste. Basta rivedere le immagini di Al Bano e Romina, icone stanche di un’Italia dimenticata, gonfi e invecchiati, così patetici nell’inseguire la loro canzone della felicità mentre evitano, fra curve improvvise e smorfie malcelate, di incrociare gli sguardi. Non sono più marito e moglie, ma lo spettacolo può andare oltre la famiglia. Non conta quello che cantano, perché tutto è già dimenticato nel momento in cui si spegne la musica. Restano il volto rotondo di Al Bano, ispessito e immalinconito dal doppio mento, e il sorriso quasi sforzato di Romina. La verità è che è inutile cercare il segreto del successo. L’edizione del festival più vista della storia di Sanremo è quella del 1987, con picchi di ascolto davvero bulgari, del 68,71 per cento, tipo a Livorno quando andavano a votare comunista (il motivo per cui Allegri stava antipatico a Berlusconi: se è livornese, vuol dire che è di estrema sinistra). Quell’anno vinsero Gianni Morandi, Umberto Tozzi ed Enrico Ruggeri: cantavano «Si può dare di più». La seconda più vista è quella del 1995, 66,42 di share. Il meno visto è del 2008, 36,56, Giò Di Tonno e Lola Ponce che trionfano, ma la terza messa peggio è proprio l’edizione dell’anno scorso, con la Litizzetto e Fabio Fazio, 39,26 per cento, che detiene pure il triste primato di annoverare la serata finale con il più basso indice di ascolto di sempre: 43,51. C’è un motivo per tutto questo? Hanno detto che quell’ultimo festival era troppo radical chic, fatto su misura per il pubblico intellettualoide e sinistrorso che sulla terza rete non abbandona mai «Che tempo che fa», una nicchia di pubblico non allargabile. Vero, falso? Forse sì, forse no. La verità è che questo festival è molto più brutto, non solo di quello, ma probabilmente anche di tutti quelli prima, con le sue canzoni senza appeal e i suoi comici (comici?) del livello di Siani. Piace di più perchè Sanremo appartiene alla nostra famiglia, è dentro di noi, e non deve rompere equilibri o creare problemi, risse, polemiche troppo accese. Il suo presentatore quest’anno è perfetto, un modello di aziendalista senza mai uno scandalo, mai una lite, una minaccia di trasferimento, un’intervista velenosa. Sanremo racconta l’Italia. E hanno rimesso a posto il narratore. Ma se è vero che il festival di Sanremo racconta l’Italia, come ripetono tutti gli osservatori e gli storici della canzonetta, c’è ancora qualcos’altro che non riusciamo a capire. Dal punto di vista musicale, la manifestazione sembra tornata indietro ai primi anni Sessanta, cioé al periodo che precedeva l’avvento dei cantautori e della musica impegnata. Con una differenza essenziale, però, che alcuni di quei brani sono rimasti nella memoria collettiva, e persino nel nostro linguaggio, da «Non ho l’età» a «Una lacrima sul viso», fino a «Nessuno mi può giudicare». Quelli di adesso, faremo in fretta a dimenticarli. Dal punto di vista, come dire?, sociopolitico, invece, il festival confezionato dal normalizzatore di professione Carlo Conti sembra rimandarci agli scenografici anni Ottanta della Milano da bere, quando bisognava lasciar lavorare in pace il manovratore e pensare soltanto alla ricerca del tuo benessere. Erano anche i tempi di Berlusconi e della sua nuova televisione commerciale, nei giorni in cui l’Italia cominciava a riempire anche le camere da letto e le cucine di quegli schermi bombati nelle scatole nere che fino a poco prima se ne stavano quasi come iconoclastici trofei soltanto sui loro piedistalli in salotto. Ebbene, la verità è che non ci sono decenni più distanti dal nostro di questi due. Siamo nel mezzo della più grande crisi del dopoguerra, figli e fidanzati spaventati della decrescita, con una paura fottuta del nostro futuro, più poveri e più meschini, ahinoi, immagini spente e dolenti di tutto quello che eravamo riusciti a vedere prima di finire dentro a questo girone. E allora? Non so se sono luoghi comuni. Però stasera lo vedrò di nuovo, e non riesco a spiegare perché. Starò lì, sulla poltrona, aspettando una canzone che non arriva, una battuta che non esiste, e una memoria che non ritorna… -

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